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Farinetti, “commerciante abusivo”, incita alla rivolta

Il patron della grande distribuzione “modello cachemire” ammette di aver aperto almeno 7 punti vendita senza le autorizzazioni e invita i sindaci alla rivolta: <Cominciamo la rivoluzione e prendiamoci qualche avviso di garanzia>

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(Oscar Farinetti canta “Bella Ciao” all’inaugurazione del punto vendita di Genova insieme a Don Gallo, all’allora presidente della Regione Claudio Burlando, all’allora sindaco Marta Vincenzi e a Gino Paoli)

di Monica Di Carlo

Lo ha detto in diretta a “La 7” durante la trasmissione “L’aria che tira”: <Dei 21 Eataly presenti in Italia 7 o 8 li ho aperti senza licenza, perché non me la davano per problemi burocratici. Io ho aperto e ho invitato i sindaci all’inaugurazione>. Oscar Farinetti, patron del gruppo della grande distribuzione alimentare “modello cachemire”, esatto contrario dei discount (qualità e tipicità locale ai massimi livelli e prezzi non certo popolari), ha spiegato di non essere mai finito nei guai per questo e ha chiamato i sindaci alla rivolta: <È arrivato il momento per imprenditori e sindaci – ha detto Farinetti – di beccarci degli avvisi di garanzia e fare qualcosa. Questa rivoluzione dobbiamo incominciarla noi, becchiamoci un po’ di avvisi di garanzia>. Nel mirino, la burocrazia (e su questo nessuno può essere in disaccordo) e le regole, “colpevoli” di aver tarpato le sue velleità imprenditoriali. Lui, per sua stessa ammissione di avvisi di garanzia non se n’è beccato nemmeno uno fino ad ora e c’è da chiedersi se anche un disoccupato che decidesse di aprire abusivamente un negozio di alimentari in periferia avrebbe avuto la stessa fortuna, ma questa è un’altra storia.

La rivoluzione della pasta di Gragnano, dei prodotti di nicchia non proprio per tutte le tasche, dell’infinito repertorio di farine di alta qualità per “pane snob” che occhieggia dagli scaffali, dell’esposizione di confetture tutt’altro che economiche a perdita d’occhio è però poco convincente. Si avvicina al concetto di “casa della libertà” della parodia che Sabina Guzzanti faceva di Berlusconi alla trasmissione satirica “L’ottavo nano”, richiama a un concetto di democrazia che in realtà è anarchia (anzi, oligarchia di chi ha i soldi per fare impresa) e fa leva sul qualunquismo ignorante e sulla scarsa conoscenza delle regole del settore e dei motivi per cui vengono imposte. Di fatto, Farinetti ha dichiarato di essere (o essere stato, se nel frattempo le posizioni sono state regolarizzate) abusivo. Proprio come i venditori africani che espongono la loro merce dalle parti del Galeone, al Porto Antico, e non si capisce perché questi debbano essere sanzionati e denunciato e Farinetti (com’è accaduto, per sua stessa ammissione) no.
Certamente non è stato il caso dello store di Genova, presentato come una grande manovra di salvataggio dell’edificio del Millo, al Porto Antico, dove gli affittuari fallivano o chiudevano a ripetizione e come una carta preziosa per la promozione turistica della città. All’epoca si vociferò qualcosa del genere, in relazione alla (solita) mancata unità d’intenti tra Vincenzi e Burlando, ma, alla fine, le due istituzioni si presentarono compatte a cantare “Bella Ciao” all’inaugurazione con un Farinetti vestito da salumiere di provincia.

Se si va oltre lo slogan generico “via la burocrazia”, che tutti condividiamo, la teoria di Farinetti si presenta come un “grande inganno”. Se facciamo lo sforzo di dimenticare un attimo le polemiche sui marchi della grande distribuzione che secondo alcuni sarebbero stati agevolati rispetto ad altri, resta il fatto che la liberalizzazione totale, senza le regole urbanistiche che limitano l’insediamento della grande distribuzione, avrebbe portato – in combinato congiunto con la crisi – all’azzeramento del tessuto tradizionale che, non dimentichiamolo, è presidio del territorio, servizio a coloro che non possono o non vogliono fare la spesa “grossa” all’iper, illuminazione delle strade e animazione dei quartieri grazie ai Civ. In sostanza, senza le regole non avreste più un negozio sotto casa dove comperare il latte se è finita la scorta settimanale fatta nel grande supermercato.
Un ulteriore limite della deregulation totale è senza dubbio il fatto che ad avvantaggiarsene sarebbero principalmente i grandi gruppi, come quello di Farinetti o anche quelli più grandi ancora, internazionali, i giganti mondiali della grande distribuzione. Senza regole, potrebbe fare impresa solo chi ha molti molti soldi, che schiaccerebbe gli altri senza appello. Ragionando per assurdo, seguendo la linea tracciata dal patron di Eataly, ci troveremmo più facilmente una Coop o una Esselunga al posto della fontana di De Ferrari che un negozio di vicinato in più a Pontedecimo o a Struppa.
La chiamata all’insurrezione ha quindi più il sapore del “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche” (brioche, appunto, a marchio Eataly) piuttosto che quello della rivolta del popolo affamato e arrabbiato. L’azienda di Farinetti non è un piccolo negozio di prodotti di nicchia che combatte controcrisi: ha avuto nel 2014 ben 330 milioni di euro di ricavi, un dato non dà esattamente l’impressione di un’azienda ostracizzata e vittima della burocrazia. Un’azienda così ha la possibilità e gli strumenti per fare le cose secondo le regole senza eccessiva difficoltà e certamente un “bottegaio” non può fare altrettanto.

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